Psicologia

Ansia KO: all’esame pensa l’iPhone

lunedì 26 aprile 2010 di Silvia Soligon

esame_ok

Niente più ansia da prestazione scolastica con “Esame Ok”, la nuova applicazione per iPhone e iPod Touch che permette di prepararsi al meglio e a gestire la paura che gli esami possano andare male. Ideata da Giuseppe Riva e Andrea Gaggioli, docenti di psicologia e nuove tecnologie della comunicazione dell’Università Cattolica di Milano, l’applicazione è stata realizzata da Nextage SrL, una start-up tecnologica dell’Università di Genova.

La creazione di “Esame OK” ha alla base la cosidetta tecnologia positiva, una delle nuove aree della ciberpsicologia, ossia la psicologia dei nuovi mezzi di comunicazione. Integrando gli strumenti tecnologici più avanzati alle conoscenze di psicologia cognitiva e del benessere, la tecnologia positiva vuole migliorare la qualità della vita creando elevata concentrazione, coinvolgimento, controllo, chiarezza negli obiettivi, motivazione e positività emotiva. Rapportato ad “Esame OK”, tutto ciò si traduce in una minore paura degli esami, tappe fondamentali nel raggiungimento di ogni obiettivo.

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Un semplice “grazie” per migliorare i rapporti

giovedì 22 aprile 2010 di Silvia Soligon

stretta di manoEsprimere gratitudine è salutare non solo per chi si sente dire “grazie”, ma anche per chi lo dice. Una nuova ricerca, pubblicata online da Psychological Science, ha dimostrato che le espressioni di riconoscenza rafforzano i rapporti facendo sentire la persona che ringrazia più responsabile del benessere dell’altro. Gli autori dello studio, Nathaniel Lambert, ricercatore dell’Università Statale della Florida di Tallahassee e Robert Emmons, professore di psicologia dell’Università della California di Davis, hanno dimostrato che la gratitudine, quando espressa, aumenta la cosiddetta forza comune, cioè il grado di responsabilità che un compagno o un amico sente nei confronti dell’altro.

“Quando si esprime gratitudine nei confronti di qualcuno ci si concentra sulle cose buone che questa persona ha fatto nei nostri confronti. Ciò aiuta a vedere l’altro sotto una luce più positiva e aiuta a focalizzare sulle sue caratteristiche positive”, ha spiegato Lambert. “Chi ringrazia percepisce che l’altro è una persona per cui vale davvero la pena di sacrificarsi”.

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Felicità, proprietà privata

sabato 6 marzo 2010 di Ilaria De Vito

felicita

Ogni giorno desideriamo di poter essere felici.

Una parola, felicità. Una condizione, reale o inesistente. Una sensazione di natura sfuggente, impossibile resista perenne.

Felici  per star bene, si ma a quanto pare star bene solo con se stessi, perché probabilmente quando si è felici si ha meno bisogno di aiuto, di conforto.  Insomma la felicità ha anche dei lati negativi: rende egoisti, piu’ inclini a pensare a se’. Lo rivela uno studio della University of New South Wales (Sydney) pubblicato sul Journal of Experimental Social Psychology.

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Insonnia, ecco cosa succede al cervello

lunedì 1 febbraio 2010 di Silvia Soligon

insonniaPer dormire bene è necessario avere un buon cervello. Un recente studio olandese ha infatti dimostrato che chi soffre di insonnia ha una minore quantità di materia grigia nella corteccia orbitofrontale sinistra,la regione coinvolta nella percezione del piacere. I risultati della ricerca, condotta in collaborazione dal Netherlands Institute for Neuroscience e dal VU University Medical Center, sono stati pubblicati da Biological Psychiatry.

L’insonnia è un problema comune: circa il 14 per cento delle persone, per la maggior parte donne, soffre di disturbi del sonno; la percentuale sale al 33 per cento dopo i 65 anni. Anche altre situazioni di grave stress, come quelle correlate alla depresione e a malattie post traumatiche, sono state associate a minori quantità di materia grigia nelle regioni del cervello che percepiscono gli stress e l’insonnia è un disturbo comune a quasi tutte le malattie psichiatriche in cui si osserva una riduzione del volume della corteccia.

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I nuovi equilibri genitori- figli

mercoledì 27 gennaio 2010 di Ilaria De Vito

facebookMolti genitori si preoccupano oggi di permettere l’uso dei social network come Facebook o MySpace ai propri figli adolescenti. Indubbiamente è questa un’età molto particolare ma come dimostra un recente studio di psicologia dell’Università della Virginia non c’è molto da preoccuparsi: i rapporti di amicizia su internet altro non sono che un’ estensione delle dinamiche reali.

Per cui per giovani ragazzi con atteggiamenti positivi nella vita normale, i mezzi che il web offre non possono che rappresentare un mezzo in più per mantenere una normale e positiva vita sociale.

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Psicologia: la sensibilità è scritta nei geni

lunedì 7 dicembre 2009 di Silvia Soligon

lacrimeAnche l’emotività ha basi genetiche. Lo dimostra una ricerca condotta presso l’Università della California di Los Angeles, i cui risultati sono stati pubblicati dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences. Secondo gli scienziati sarebbe il gene Oprm-1 a regolare l’intesità della risposta al rifiuto sociale, facendo sì che ognuno di noi reagisca in modo differente all’esclusione da parte di un gruppo di amici, alle delusioni amorose e alle incomprensioni familiari.

Spesso la sofferenza emotiva viene descritta con termini tipici del dolore fisico: le parole feriscono, i cuori si spezzano e si rimane scottati da alcuni rapporti. In effetti, i risultati della nuova ricerca dimostrano che i circuiti cerebrali responsabili della percezione di questi due tipi di sensazione sono gli stessi. Infatti il gene Oprm-1 regola l’attività dei recettori per gli oppioidi, noti per la loro capacità di diminuire il dolore e percepire le sensazioni piacevoli.

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Violenti ma dolci

martedì 17 novembre 2009 di Alessandro Aquino

bad boyLe mamme e i papà devono sapere che prima di arrendersi a biscottini dai nomi soavi, a merendine dalle morbide forme, stanno esponendo i loro bimbi al rischio di diventare dei bruti, da adulti. Lo sostiene un gruppo di ricercatori britannici dell’Università di Cardiff, il cui studio è stato pubblicato sul British Journal of Psychiatry.

Al centro della ricerca, gli effetti a lungo termine della dieta sui comportamenti sociali dei bambini. Ebbene: tra i 17.500 intervistati che a 34 anni presentavano personalità violente, il 69% consumava nell’infanzia, quasi ogni giorno, dolci e cioccolato (contro il 42% dei non-violenti). Il legame tra consumo di dolci confezionati e aggressività futura è rimasto anche dopo aver controllato altri fattori come: il comportamento dei genitori, il contesto in cui i bambini avevano vissuto, la specializzazione dopo i 16 anni.

 Tra le ipotesi: gli additivi contenuti nelle merendine contribuiscono a sviluppare aggressività in età adulta. La più accreditata però, secondo il principale autore della ricerca, Simon Moore, è questa: Dare ai bambini i dolcetti ogni volta che li chiedono impedisce loro di imparare ad aspettare per ottenere ciò che vogliono. E questo li porta ad assumere comportamenti compulsivi quando non ottengono ciò che vogliono.



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La natura entra in aula

martedì 8 settembre 2009 di Ilaria De Vito

pianteNel mondo frenetico di oggi, molti abitanti delle zone urbane spendono più del 80% della propria giornata in casa. E non potendo più vivere il rapporto con la natura all’aria aperta, si portano piante e fiori negli ambienti chiusi. Oltre alla loro bellezza estetica, le piante d’appartamento dimostrano di offrire vantaggi psicologici, come ad esempio riduzione della tensione, miglioramento dei meccanismi di adattamento, e una maggiore concentrazione ed attenzione.

Da tempo le ricerche hanno accertato che la presenza di piante nelle case e nei luoghi di lavoro possano ridurre l’irritazione degli occhi e lo stress, motivare i dipendenti, migliorare la concentrazione, e anche ridurre le impurità dell’aria. Le piante d’arredamento hanno un effetto positivo sul mal di testa e  sull’affaticamento, alcuni lavoratori hanno anche riferito di avere la pelle meno secca quando vi erano piante in ufficio. Ovviamente le piante determinano così un netto aumento della produttività dei lavoratori.

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La mimica facciale non è una lingua universale

venerdì 21 agosto 2009 di Ilaria De Vito

emoticonComunicare con le parole o con le espressioni facciali, può presentare a volte le stesse difficoltà. Mentre è ben risaputo che per il linguaggio parlato non esiste una lingua universale, per la mimica facciale è una novità scoprire che i movimenti del volto non sono gli stessi in tutto il mondo.

Lo dimostra uno studio condotto da un team di psicologi composto da ricercatori dell’Università di Glasgow e dell’ateneo canadese di Montreal, le espressioni del volto vengono interpretate diversamente da persone nate e cresciute in posti diversi del pianeta. I ricercatori hanno messo a confronto 13 europei con altrettanti asiatici.  I 26 volontari hanno osservato immagini di espressioni di diversi sentimenti.  Gli asiatici hanno avuto delle difficoltà nel comprendere le espressioni indice di stati d’animo negativi, confondevano molto spesso l’espressione spaventata con quella sorpresa e uno sguardo disgustato con un volto impaurito.

Grazie ad un macchinario capace di leggere la direzione dello sguardo nello spazio, gli studiosi hanno compreso le difficoltà degli asiatici. Mentre gli occidentali osservano tutto il viso della persona con cui si stanno relazionando, gli orientali concentrano la vista nella zona degli occhi perdendo così informazioni importanti e causando un pò di confusione.

Secondo Rachael Jack, del dipartimento di Psicologia dell’Università di Glasgow e coordinatrice della ricerca, “le differenze nell’interpretazione delle facce sono quasi sicuramente culturali e non genetiche”, ma qualunque sia la causa mettono in discussione l’universalità delle espressioni facciali prodotte dalle emozioni, generando una vera e propria barriera per la comunicazione inter- culturale e per la globalizzazione.



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La gelosia corre sul web

martedì 11 agosto 2009 di Silvia Soligon

gelosiaC’è chi dice che gelosi si nasce, ma un nuovo studio pubblicato da CyberPsychology & Behavior, rivista che analizza l’impatto di Internet e della realtà virtuale sul comportamento e la società, dimostra come la continua esposizione tramite web a informazioni relative alle relazioni sociali del proprio partner aumenta la gelosia. Non solo, la continua ricerca di nuovi indizi porta ad un comportamento che è possibile definire additivo. Insomma, una vera e propria dipendenza.

L’analisi è stata condotta da ricercatori dell’università di Guelph (Ontario, Canada) ed ha coinvolto giovani adulti impegnati in una relazione sentimentale. E’ stato, così, riscontrato che coloro che fanno parte di social network come Facebook possono venire a conoscenza di informazioni sui loro compagni che ne aumentano la gelosia.

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