Proteina beta-amiloide

alzheimer cervello risonanza magnetica

Grazie allo studio condotto dai professori Nino Stocchetti e Sandra Magnoni, dell’Università di Milano presso L’Ospedale Policlinico di Milano, in collaborazione con David M. Holtzman e David L. Brody della Washington University School of Medicine a St. Louis pubblicati sull’ultimo numero di Science, si è finalmente capito il ruolo della proteina beta-amiloide.

Il peptide betamiloide, o beta-amiloide (A-beta) è il maggior costituente delle placche neuritiche, ed ha origine dalla proteina APP (Amyloid Precursor Protein).
Una produzione anomala di beta-amiloide è la causa di molte malattie neurodegenerative, infatti, sono state identificate un certo numero di mutazioni localizzate sul gene APP in soggetti appartenenti a famiglie nelle quali la malattia di Alzheimer si manifestava con frequenza insolita in età relativamente precoce. Queste mutazioni aumentano la produzione di Aβ42 che porta all’aggregazione fibrillare tossica per i neuroni. Le mutazioni del gene APP sono responsabili per il 2-3% dei casi di Alzheimer a trasmissione familiare.

I ricercatori, contrariamente a ciò che si riteneva finora ovvero che l’aumento di proteina beta amiloide fosse causato direttamente da lesioni causate da incidenti automobilistici, aggressioni e cadute, hanno invece constatato che ad aumentare i livelli della proteina non sono le lesioni stesse, ma i meccanismi fisiologici che cercano di porvi rimedio: quanto migliore era lo stato neurologico generale del paziente, tanto più elevati erano i livelli.

«I risultati hanno importanti implicazioni cliniche potenziali, dato che la misurazione della proteina amiloide cerebrale può rivelarsi un buon indicatore della qualità della comunicazione delle cellule nel cervello», ha affermato Holtzman, che nel 2005 aveva già scoperto come nei topi la comunicazione cerebrale fosse direttamente collegata, in modo positivo, ai livelli di proteina beta amiloide.

Il morbo di Alzheimer è una demenza progressiva invalidante ad esordio prevalentemente senile (oltre i 60 anni, ma può manifestarsi anche in epoca presenile – prima dei 60 anni) e prognosi infausta. Prende il nome dal suo scopritore, Alois Alzheimer.
La malattia (o morbo) di Alzheimer è oggi definita come quel «processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l’individuo che ne è affetto incapace di una vita normale». In Italia ne soffrono circa 800 mila persone, nel mondo 26,6 milioni secondo uno studio della Johns Hopkins Bloomberg School of Public Health di Baltimora, Usa, con una netta prevalenza di donne.

[foto e dati wikipedia]

Articoli correlati

Rispondi