Viviamo tra funghi e batteri

batteri

Gli esperti sono stati chiari: non esistono oggetti sicuri.

Tavoli, pavimenti, maniglie delle porte, attrezzi sportivi, tutti sono risultati contaminati da batteri potenzialmente pericolosi. La presenza di microrganismi è stata documentata soprattutto sui telefonini, su mouse e tastiere del computer. Fortunatamente solo 1.500 di questi batteri sono pericolosi e possono causare malattie come polmoniti o infezioni cutanee.

Per essere al sicuro è dunque fondamentale migliorare l’igiene sia personale, che nella propria casa e nei posti di lavoro. è l’avvertimento degli esperti riuniti questa settimana, al Congresso Europeo di malattie infettive e microbiologia, a Barcellona.

I migliori veicoli di batteri dannosi sono soprattutto le lenti a contatto, gli animali in casa e l’acqua usata dagli studi odontoiatrici. Il vero problema è che sta aumentando molto rapidamente il numero di ceppi batterici che sviluppano resistenze nei confronti di disinfettanti e antibiotici. Alcuni questi microrganismi resistenti diventano quindi difficili da distruggere e possono sopravvivere a lungo.

La soluzione per gli studiosi è una sola: bisogna fare una regolare disinfezione degli oggetti di uso quotidiano. E poi vale sempre la sana vecchia abitudine di lavarsi spesso le mani, specie per quelli come me che lavorano nell’ambito ospedaliero.

Articoli correlati

Una risposta a “Viviamo tra funghi e batteri”

  1. Giuseppe Alessandro Valerio scrive:

    Io faccio il volontario in ambulanza e, nonostante usi i guanti in ogni servizio, mi lavo sempre le mani prima di uscire dall’ospedale. Ad ogni modo bisogno stare attenti a non fare Terrorismo Bio-Psicologico. Troppa gente grazie a questi “Esperti” si convince di vivere in una sorta di giungla biologica circondata da nemici di ogni genere. Gli anni d’oro in cui si combattevano le epidemie (di origine batterica o virale) grazie a invenzioni rivoluzionare, come vaccini, sulfamidici e antibiotici sono (Grazie a Dio e alla farmacologia) finite. Sembra che però, certi ambienti di ricerca sentano la nostalgia dei bei tempi passati.

Rispondi