Nanotecnologia per misurare l’insulina

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È allo studio della comunità scientifica un nuovo metodo che utilizza le nanotecnologie per misurare in modo veloce la quantità di insulina nel sangue, con la volontà di voler arrivare a valutare in tempo reale l’attività delle cellule dedicate (le cellule beta delle isole di Langerhans nel pancreas).

Tra le potenziali applicazioni, questo metodo potrebbe essere utilizzato per intervenire positivamente nei casi di diabete di tipo 1, quello che sorge solitamente in età giovanile (anche se è riduttivo limitarlo a questo frangente di vita) e che è legata alla distruzione proprio delle cellule di tipo ß.


Studiato dal professore David Cliffel e da un gruppo di ricercatori, il funzionamento si basa su un elettrodo, chiamato microfisiometro e formato da un nanotubo di carbonio multistrato, in grado di valutare le condizioni delle cellule viventi raccogliendo i parametri legati al loro metabolismo.
Questi nanotubi sono elettricamente conduttivi e la concentrazione di insulina nel trial può essere ricollegata a questo concetto di corrente (grazie a differenze di PH che insorgono): il risultato è un controllo costante da parte di un sensore.

Questa novità stravolge il concetto di campione rilevato a tempi costanti e darebbe un’estrema sicurezza al paziente. Addirittura dall’Università di Alberta arriva la notizia che una singola applicazione di questo metodo potrebbe risolvere la dipendenza da insulina nei diabetici anche per alcuni anni.
L’ultimo grande ostacolo, che motiva perché tutto questo resti ancora confinato a dei laboratori, è la necessità per chi si sottopone a questa cura di associarla a una terapia antirigetto costante. Se si dipanerà questo “piccolo grande” problema, avremo un ottimo risultato scientifico in tasca.

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